-->

il Friuli

il Friuli

Cerca nel blog

descrizione

descrizione

traduttore✅

Lettori fissi

PAGINE cookie privacy policy✅

REGALATEMI LA VOSTRA ISCRIZIONE AL BLOG

IL TE'

  da vita nei campi Tè: la bevanda che avrebbe reso gli inglesi tranquilli di Raffaele Testolin Stento ancora a comprendere come una pianta,...

Lettori fissi

post,commenti

InfoBlog...

post
commenti

Buona navigazione...
Penelope ♥

gif

gif

Modulo di contatto

Nome

Email *

Messaggio *

friuli venezia giulia la mia regione

friuli venezia giulia la mia regione
cartina

lunedì 19 gennaio 2026

IL TE'

 

da vita nei campi

Tè: la bevanda che avrebbe reso gli inglesi tranquilli

di Raffaele Testolin
Stento ancora a comprendere come una pianta, le cui foglie vengono usate per infusi, possa avere suscitato interessi economici e commerciali così grandi, da lasciare senza parole qualsiasi storico. Il consumo mondiale di tè equivale a quello di tutte le altre bevande messe insieme, ad esclusione dell’acqua. Bevande alcoliche, come vino e birre, soft drinks, superalcolici, caffè, cioccolato e … chi più ne ha più ne metta, non raggiungono messe tutte assieme il consumo di tè. Il tè si coltiva in più di 160 paesi nel mondo, si beve in tutte le società e non c’è cultura o religione che ne contrasti il consumo.
Foglie di tè venivano impastate un tempo con grasso di maiale, pesce secco, cui si aggiungeva dell’aglio. In altre parole, servivano per conservare i cibi.
In Europa la prima partita di tè giunge nel 1610. Il consumo del tè si diffonde lentamente in Francia negli anni ’30 e in Inghilterra negli anni ’60 dello stesso secolo, prende piede nelle coffee houses e successivamente nelle tea houses.
Il tè ha infiniti meriti. Durante la prima metà del XVIII secolo vengono importati in Europa almeno 5 milioni di pezzi di porcellana cinese l’anno per zavorrare le navi che trasportano tè. Ciò contribuisce a salvare in Cina l’arte della ceramica e a diffonderne la tecnica in Europa.
Un altro pregio del tè fu una progressiva riduzione delle malattie trasmesse dall’acqua, quali dissenteria, tifo, colera e peste e una riduzione altrettanto generalizzata della mortalità infantile in Inghilterra e in tutte le colonie.
Il consumo del tè aumenta, ma gli occidentali non riescono ad esportare dalla Cina piante di tè.
Questa difficoltà ad esportare piante di tè dalla Cina dà avvio a due fatti drammatici: l’introduzione dell’oppio in Cina e la diffusione della coltivazione del tè in nuove aree del pianeta.
Per pagare il tè ai Cinesi, la Compagnia inglese delle Indie orientali, decide di avviare la coltivazione dell’oppio nell’Assam e mette in piedi un’industria che occupa quasi un milione di persone. Racconta Iris McFarlane, che da giovane ha vissuto vent’anni nelle piantagioni di tè in India ed ha informazioni di prima mano, che poco prima dell’inizio della guerra dell’oppio, la Cina importava oppio per l’equivalente di 11,5 milioni di dollari dell’epoca ed esportava tè per un valore che non superava i 9 milioni di dollari.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, scoperte finalmente piante tè fuori della Cina, la coltivazione viene diffusa in tutto il mondo: gli inglesi la introducono in India, gli olandesi in Sudafrica, Giava e Ceylon (ora Sri Lanka). Vengono avviati disboscamenti apocalittici in aree fragilissime del pianeta come l’Assam, lo Sri Lanka, l’isola di Giava, la stessa India, il Vietnam.
È difficile ancora oggi stimare il danno ambientale prodotto dalla diffusione della coltivazione del tè nel mondo.

domenica 18 gennaio 2026

Proverbio friulano


 Il proverbio friulano

Sant Antoni de barbe blancje s̖e nol plûf la nêf no mancje. A Sant’Antonio (Abate) dalla barba bianca se non piove la neve non manca.

giovedì 8 gennaio 2026

La Baba di Cicigolis rappresenta la Madre terra e l’origine della vita


 Dal Dom



buongiorno,ma che freddo che fa!

 

- 7 brr

mercoledì 7 gennaio 2026

PIGNARUL DI COJA DEL 2026


 Pignarul 2026

Se il fumo va verso est (alba), prendi il sacco e vai al mercato. Se il fumo va verso il tramonto, prendi il sacco e vai per il mondo. Se il fumo va verso sud-est (scirocco), presta aiuto ad ogni poveretto. Se il fumo sale diritto, mangia e bevi e sta tranquillo.

lunedì 5 gennaio 2026

LA BEFANA


  La Befana, corruzione lessicale di Epifania (dal greco ἐπιφάνια, epifáneia) attraverso bifanìa e befanìa, è una figura folcloristica legata alle festività natalizie, tipica di alcune regioni italiane e diffusasi poi in tutta la penisola, meno conosciuta nel resto del mondo. Secondo la tradizione, si tratta di una donna molto anziana che vola su una logora scopa, per fare visita ai bambini nella notte tra il 5 e il 6 gennaio (la notte dell’Epifania) per riempire le calze lasciate da essi, appositamente appese sul camino o vicino a una finestra; generalmente, i bambini che durante l’anno si sono comportati bene riceveranno dolciumi, caramelle, frutta secca o piccoli giocattoli. Al contrario, coloro che si sono comportati male troveranno le calze riempite con del carbone o dell’aglio.da wikipedia


 La messa dello spadone è una celebrazione liturgica rituale che si svolge ogni anno il 6 gennaio nel duomo di Cividale del Friuli.

Questo rito, unico nel suo genere, ha origine nel 1366, ai tempi del patriarca Marquardo di Randeck (1296 – 1381) ed era volto ad affermare il potere spirituale, militare e civile conferito dall’imperatore al patriarca sulla Patria del Friuli.

Il decano del capitolo di Cividale, che per l’occasione porta un elmo piumato (una riproduzione, l’originale è andato perso nel settecento), regge una spada con la quale saluta il popolo vibrando tre colpi in aria, per poi riporla nel fodero. La spada, lunga 109 cm, è quella che fu donata dai cividalesi al patriarca al suo ingresso in città, sull’elsa reca la scritta AN MCCCLXVI DIE VI IUL TEM. RE MARQUARDI PATR.

La messa viene celebrata in latino ed è accompagnata da antichi canti aquileiesi. La messa è seguita poi da un corteo storico medievale, al quale prendono parte i figuranti del Palio di San Donato, rievocazione storica medievale estiva che si tiene a Cividale del Friuli ogni anno.

In quest’occasione si riuniva il Parlamento della Patria del Friuli.

da wikipedia

Messa del tallero

da wikipedia

La messa del tallero, la cui origine risale probabilmente al medioevo, quando il Friuli era governato dal Patriarca, viene celebrata ogni 6 gennaio a Gemona.

Durante la funzione religiosa la comunità civile, rappresentata dal sindaco, alla fine di un corteo che parte da palazzo Boton, sede del comune, attraverso via Bini, arriva fino all’altare del duomo, dove offre un dono concreto alla comunità religiosa, nella persona dell’arciprete, nella forma di un tallero d’argento di Maria Teresa d’Austria coniato nel 1780, come segno di sottomissione del potere temporale a quello spirituale. Il rituale, celebrato proprio nel giorno dell’Epifania potrebbe anche simboleggiare i doni che i magi portarono a Gesù .

La prima testimonianza scritta del rituale, presente nell’Archivio di Stato di Udine, è del notaio Gio Maria Rossi, attivo a Gemona nella metà del XVIII secolo, il quale riporta che almeno dal 1760 “[I rappresentanti della comunità] il giorno dell’Epifania, venivano incensati doppo che si portarono all’altare al baccio della pace ed a fare offerta al reverendissimo signor arciprete“. Il rito è dunque precedente l’introduzione in Friuli della moneta oggi utilizzata (arrivata a Gemona probabilmente a seguito del Trattato di Campoformio e conseguente passaggio del Friuli all’Arciducato d’Austria), al posto della quale dovevano essere utilizzate altre monete.



Il proverbio friulano

Zenâr ̖sut, vilan ric
Gennaio asciutto (con poca pioggia), contadino ricco


Fuochi epifanici

 in alta val torre.terska dolina


Il Pignarûl Grant di Coia di Tarcento

Uno degli appuntamenti più attesi è senza dubbio il Pignarûl Grant di Coia, a Tarcento. Al calare del buio del 6 gennaio, il centro cittadino si anima con il suggestivo corteo storico guidato dal Vecchio Venerando, figura simbolica che rievoca gli antichi riti epifanici.
La fiaccolata conduce fino alla collina di Coia, dove viene acceso il grande falò: dalla direzione del fumo si trae, secondo la tradizione, il presagio per l’anno appena iniziato. La serata si chiude con uno spettacolo pirotecnico, mentre già dal pomeriggio, a partire dalle 17.30, una rievocazione storica ricorda la prima citazione scritta del nome di Tarcento.

Trieste 1954: lo spettacolo di Cristicchi dimentica l’anima plurale della cit


 (Originariamente pubblicato il 21 novembre 2025 su Il Passo Giusto)

A Simone Cristicchi va dato il grande merito di avere contribuito a riportare nel dibattito pubblico italiano la memoria dell’esodo istriano-dalmata, e delle sue sofferenze, dopo decenni di colpevole silenzio. Con lo spettacolo Magazzino 18, presentato nel 2013 e circolato a lungo in tutta Italia, ha emozionato e insieme raccontato una vicenda complessa, con le molte sfaccettature che la riguardano. Ha ricevuto anche feroci critiche, ma nel complesso quell’opera aveva una sua compiutezza scenica e – nell’inevitabile riassunto di un testo teatrale – solidità storica.

Dieci anni dopo Cristicchi ci riprova con Trieste 1954, spettacolo che si muove tra la fine della Seconda guerra mondiale, con l’occupazione jugoslava della città e poi l’amministrazione affidata agli alleati, e il passaggio alla Repubblica Italiana. Ma stavolta il risultato del lavoro è decisamente inferiore.

Nulla da dire sulle capacità artistiche del cantante, né tanto meno dell’altra voce Franca Drioli, che presenta alcune canzoni in triestino, e di coro e orchestra che accompagnano con maestria musicale. Il racconto però dura appena tre quarti d’ora, dopo di che si aggiungono canzoni dal repertorio di Cristicchi. Belle sì, ma con un certo retrogusto di riempitivo…

Il vero limite tuttavia sta nella lettura storica offerta dal testo. L’autore fa una premessa condivisibile, spiegando quanto sia difficile parlare di una città come Trieste. Serve indossare i guanti per trattarne la storia, dice in apertura parlando in prima persona, e non solo per la cortesia dovuta ad una bella signora, ma perché il suo è un passato fragile e controverso. Pure nel finale Cristicchi torna con un breve monologo che sembra attenuare i contenuti trancianti del testo.



Una tesi unica e semplice, una storia di parte

In mezzo però – nella lettura affidata al suo alter ego, l’archivista Persichetti già presente in Magazzino 18 – la narrazione pare dimenticare i toni delicati e i chiaroscuri della complessità. La tesi è unica e semplice, come l’inno di Mameli suonato in apertura di sipario: Trieste era ed è una città tutta italiana, allontanata a forza dalle vicende belliche della storia e tornata finalmente nel 1954 alla sua madre patria. Dove Italia si scrive con la maiuscola, e patria si fascia di tricolore. Spariscono l’anima asburgica e mitteleuropea, quella slava con le sue comunità slovena e serba, o la presenza greca.

Nel corso dei secoli l’Adriatico di fronte e il retroterra danubiano alle spalle hanno arricchito la vecchia Tergeste di una stratificazione culturale unica. Ne restano i segni religiosi come la Cattedrale di San Giusto, la sinagoga ebraica, la chiesa greco-ortodossa e quella serbo-ortodossa, distanti tra loro pochi minuti a piedi. Restano i cimiteri ottocenteschi, incluso quello islamico indice del pluralismo austro-ungarico raggiunto al tempo.

Pluralismo che invece si perde nel racconto teatrale, un inno all’italianità. Perfino l’anima prettamente giuliana, per quanto faccia capolino nelle canzoni in triestino, si spegne dentro al calderone tricolore. Che certo muove dal dato indubbio di una maggioranza linguistica italiana cresciuta sempre più nel corso del Novecento, ma tralascia le minoranze – specie la più consistente, quella slovena – e tradisce così l’anima profonda e irripetibile di Trieste.

Cristicchi, che pure in Magazzino 18 si era mostrato attento a rappresentare le molteplici sfumature della storia, questa volta ha in mano un testo non all’altezza. Che poi il pubblico lo applauda ugualmente, anche fuori da Trieste, è un dato da cogliere. Può essere segno di quanto la fama televisiva ormai pieghi anche il teatro. Oppure che l’onda sovranista è diventata discorso comune. E non saprei quale delle due spiegazioni temere di più…

gif

gif

MANDI

MANDI
saluti friulani

scarpez

scarpez
calzature fiulane tipiche di un tempo

Regeni

Regeni

descrizione del blog

In questo blog parlerò della Benečija (Slavia veneta o Beneška Slovenija) dove un tempo si parlava lo sloveno e ora sta scomparendo.Spero che l'argomento sia di vostro interesse.

traffico

AI VISITATORI

Ai visitatori-obiskovalcem Gentile visitatore e visitatrice di questo blog,ti ringrazio per l’attenzione che mi dedichi, è proprio la tua attenzione che mi motiva nel mio lavoro di blogger. Sono rimasta stupita dell'alto numero di visite, puoi collaborare pienamente a far vivere e migliorare questo blog con dei commenti che per me sono molto preziosi.

Archivio blog

favicon

commenti recenti