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lunedì 5 gennaio 2026

Trieste 1954: lo spettacolo di Cristicchi dimentica l’anima plurale della cit


 (Originariamente pubblicato il 21 novembre 2025 su Il Passo Giusto)

A Simone Cristicchi va dato il grande merito di avere contribuito a riportare nel dibattito pubblico italiano la memoria dell’esodo istriano-dalmata, e delle sue sofferenze, dopo decenni di colpevole silenzio. Con lo spettacolo Magazzino 18, presentato nel 2013 e circolato a lungo in tutta Italia, ha emozionato e insieme raccontato una vicenda complessa, con le molte sfaccettature che la riguardano. Ha ricevuto anche feroci critiche, ma nel complesso quell’opera aveva una sua compiutezza scenica e – nell’inevitabile riassunto di un testo teatrale – solidità storica.

Dieci anni dopo Cristicchi ci riprova con Trieste 1954, spettacolo che si muove tra la fine della Seconda guerra mondiale, con l’occupazione jugoslava della città e poi l’amministrazione affidata agli alleati, e il passaggio alla Repubblica Italiana. Ma stavolta il risultato del lavoro è decisamente inferiore.

Nulla da dire sulle capacità artistiche del cantante, né tanto meno dell’altra voce Franca Drioli, che presenta alcune canzoni in triestino, e di coro e orchestra che accompagnano con maestria musicale. Il racconto però dura appena tre quarti d’ora, dopo di che si aggiungono canzoni dal repertorio di Cristicchi. Belle sì, ma con un certo retrogusto di riempitivo…

Il vero limite tuttavia sta nella lettura storica offerta dal testo. L’autore fa una premessa condivisibile, spiegando quanto sia difficile parlare di una città come Trieste. Serve indossare i guanti per trattarne la storia, dice in apertura parlando in prima persona, e non solo per la cortesia dovuta ad una bella signora, ma perché il suo è un passato fragile e controverso. Pure nel finale Cristicchi torna con un breve monologo che sembra attenuare i contenuti trancianti del testo.



Una tesi unica e semplice, una storia di parte

In mezzo però – nella lettura affidata al suo alter ego, l’archivista Persichetti già presente in Magazzino 18 – la narrazione pare dimenticare i toni delicati e i chiaroscuri della complessità. La tesi è unica e semplice, come l’inno di Mameli suonato in apertura di sipario: Trieste era ed è una città tutta italiana, allontanata a forza dalle vicende belliche della storia e tornata finalmente nel 1954 alla sua madre patria. Dove Italia si scrive con la maiuscola, e patria si fascia di tricolore. Spariscono l’anima asburgica e mitteleuropea, quella slava con le sue comunità slovena e serba, o la presenza greca.

Nel corso dei secoli l’Adriatico di fronte e il retroterra danubiano alle spalle hanno arricchito la vecchia Tergeste di una stratificazione culturale unica. Ne restano i segni religiosi come la Cattedrale di San Giusto, la sinagoga ebraica, la chiesa greco-ortodossa e quella serbo-ortodossa, distanti tra loro pochi minuti a piedi. Restano i cimiteri ottocenteschi, incluso quello islamico indice del pluralismo austro-ungarico raggiunto al tempo.

Pluralismo che invece si perde nel racconto teatrale, un inno all’italianità. Perfino l’anima prettamente giuliana, per quanto faccia capolino nelle canzoni in triestino, si spegne dentro al calderone tricolore. Che certo muove dal dato indubbio di una maggioranza linguistica italiana cresciuta sempre più nel corso del Novecento, ma tralascia le minoranze – specie la più consistente, quella slovena – e tradisce così l’anima profonda e irripetibile di Trieste.

Cristicchi, che pure in Magazzino 18 si era mostrato attento a rappresentare le molteplici sfumature della storia, questa volta ha in mano un testo non all’altezza. Che poi il pubblico lo applauda ugualmente, anche fuori da Trieste, è un dato da cogliere. Può essere segno di quanto la fama televisiva ormai pieghi anche il teatro. Oppure che l’onda sovranista è diventata discorso comune. E non saprei quale delle due spiegazioni temere di più…

Friuli storia origine del nome

 


Storia del nostro Friuli: le origini del nome.

Molto prima della nascita di Cristo il territorio che grosso modo oggi definiamo “Friuli” era conosciuto dai Romani come “Carnorum Regio”, la regione dei Carni. Questi erano una tribù celtica, che intorno all’anno 400 a.C., valicò le Alpi stanziandosi nella zona montana e pedemontana friulana. Intorno al 7 d.C., le terre saranno inglobate nella “X° Regio Augustea Venetia et Histria” con capitale Aquileia, che diventerà presto la quarta città della penisola italiana per numero di abitanti. Alla disgregazione dell’impero romano acquistò sempre maggiore importanza la cittadina di Cividale, allora importante centro commerciale. Cividale, fondata forse alla metà del II secolo a.C. come castrum, fu in seguito elevata da Giulio Cesare a forum (mercato) acquisendo così il nome di “Forum Iulii”. La cittadina, nel 610, sarà però distrutta dagli Avari, per poi rinascere con il nome di Civitas Forumiuliana (quindi Civitas Austriae, da cui deriva il nome attuale). Il nome contratto di “Forum Iulii”, andò invece ad identificare territori sempre più estesi intorno alla città di Cividale fino ad identificarsi con l’intera regione. Questa trasformazione lessicale è ascrivibile ai Longobardi che governarono queste terre dal 569 al 776. Poco prima dell’anno 900 al Friuli fu attribuito anche il “titolo” di Patria. E’ noto, infatti, che Everardo (o Eberardo), nominato Duca del Friuli nel 846 venisse chiamato “princeps patriae“. Tale titolo è documentato, anche, in un diploma dell’Imperatore Enrico VI datato 10 gennaio 1192 che confermava al Patriarca Goffredo il possesso del “Ducatus Fori Iulii“. Il termine “Patria” si legherà poi indissolubilmente al Friuli quando il Patriarca Bertoldo di Andechs definì, il 6 luglio 1231, “Colloquium Patriae Foriiulii” l’assemblea convocata in rappresentanza di tutta la regione. Si tratterà, insieme a quello d’Islanda, della prima forma di parlamento in Europa. Sarà così che sotto il governo del Patriarca di Aquileia tutte le terre dal fiume Livenza al fiume Timavo, dalle Alpi al Mare, saranno note come “Patrie dal Friûl”. Il termine Friuli continuò ad identificare queste terre anche nei secoli successivi, nonostante il territorio fosse stato oggetto di divisioni politiche. Ancora oggi le terre suddette vengono identificate come: Friûl (in lingua friulana), Furlanija (in lingua slovena), Friaul (in lingua tedesca), Friuli (in lingua italiana).

domenica 28 dicembre 2025

La costante bizzarra e i treni passati e persi

 

Laze

C’è stata la prima repubblica, il bipolarismo, il populismo. Oggi, guardando a quanto accaduto in questo 2025, siamo alla bizzarria. Il rovesciamento dei campi geopolitici, il consenso costruito sull’insicurezza e sull’immigrazione (binomio inscindibile in una narrazione che esclude le classi sociali) da chi è chiamato da anni a gestire sicurezza e immigrazione. 

In mezzo a questi paradossi in rapidissimo movimento su cui si fonda l’azione politica dei nostri giorni, le Valli del Natisone sono una costante. Bizzarra, dirà qualcuno, ma ben inserita nello spirito del tempo corrente. Quando abbiamo scritto dell’intenzione – seria – dei sindaci di Grimacco e Drenchia di fondere due Comuni, 380 anime in tutto, in fondo tutti sapevamo sarebbe stato molto difficile che il progetto andasse in porto. Si è detto del campanilismo, si è detto della perdita di identità, si è parlato di bilanci ingessati, di crisi del personale, di crisi di coscienza dei consiglieri chiamati a votare. Tutte cose più o meno ragionevoli o comprensibili. 

Il punto fermo da queste parti, però, è sempre lo stesso. La disgregazione sociale. In un passaggio così delicato, accanto alle argomentazioni di cui sopra, sono emersi personalismi, ripicche, ambizioni. Maggioranze e opposizioni che si dividono, fra loro e al proprio interno. Fazioni politiche che continuano a guardarsi in cagnesco. Mentre attorno, rapidamente, le identità spariscono, assieme alle persone. In fondo, la mancata fusione fa il paio con la mancata aggregazione dei servizi nella Comunità di montagna. Con l’ostilità per le funzioni da condividere nelle precedenti Uti. Con le decine di strategie di sviluppo avviate. Intanto coi treni passati e persi ci si può riempire un’enciclopedia. Il prossimo passa il 17 gennaio per Kobarid, si chiama Gect. Ecco, bisognerebbe metterla da parte, questa bizzarria, per una volta. O a guidarlo saranno i Comuni della Slovenia e Cividale. Con i passeggeri valligiani a scannarsi nel mezzo.

(a.b.) dal Novi Matajur

mercoledì 5 novembre 2025

Bisogna trattenere residenti di qualità per non morire

prof.Alessio Fornasin

«Anche se improvvisamente tutte le donne in età fertile residenti in area montana raggiungessero il tasso di rimpiazzo della popolazione, ovvero due figli per donna, per un lungo periodo la popolazione montana continuerebbe a calare. E in realtà l’evoluzione della natalità è sempre più negativa: nel 2024 abbiamo toccato il minimo storico per l’Italia. Quindi per diversi decenni a venire la popolazione montana sarà in calo e non ci sarà un ringiovanimento». Il prof. Alessio Fornasin, demografo dell’Università di Udine, smorza l’entusiasmo generato da alcuni recenti rapporti nazionali sulla montagna che hanno indicato una possibile svolta.


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