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| da vita nei campi |
Tè: la bevanda che avrebbe reso gli inglesi tranquilli
di Raffaele Testolin
Stento ancora a comprendere come una pianta, le cui foglie vengono usate per infusi, possa avere suscitato interessi economici e commerciali così grandi, da lasciare senza parole qualsiasi storico. Il consumo mondiale di tè equivale a quello di tutte le altre bevande messe insieme, ad esclusione dell’acqua. Bevande alcoliche, come vino e birre, soft drinks, superalcolici, caffè, cioccolato e … chi più ne ha più ne metta, non raggiungono messe tutte assieme il consumo di tè. Il tè si coltiva in più di 160 paesi nel mondo, si beve in tutte le società e non c’è cultura o religione che ne contrasti il consumo.
Foglie di tè venivano impastate un tempo con grasso di maiale, pesce secco, cui si aggiungeva dell’aglio. In altre parole, servivano per conservare i cibi.
In Europa la prima partita di tè giunge nel 1610. Il consumo del tè si diffonde lentamente in Francia negli anni ’30 e in Inghilterra negli anni ’60 dello stesso secolo, prende piede nelle coffee houses e successivamente nelle tea houses.
Il tè ha infiniti meriti. Durante la prima metà del XVIII secolo vengono importati in Europa almeno 5 milioni di pezzi di porcellana cinese l’anno per zavorrare le navi che trasportano tè. Ciò contribuisce a salvare in Cina l’arte della ceramica e a diffonderne la tecnica in Europa.
Un altro pregio del tè fu una progressiva riduzione delle malattie trasmesse dall’acqua, quali dissenteria, tifo, colera e peste e una riduzione altrettanto generalizzata della mortalità infantile in Inghilterra e in tutte le colonie.
Il consumo del tè aumenta, ma gli occidentali non riescono ad esportare dalla Cina piante di tè.
Questa difficoltà ad esportare piante di tè dalla Cina dà avvio a due fatti drammatici: l’introduzione dell’oppio in Cina e la diffusione della coltivazione del tè in nuove aree del pianeta.
Per pagare il tè ai Cinesi, la Compagnia inglese delle Indie orientali, decide di avviare la coltivazione dell’oppio nell’Assam e mette in piedi un’industria che occupa quasi un milione di persone. Racconta Iris McFarlane, che da giovane ha vissuto vent’anni nelle piantagioni di tè in India ed ha informazioni di prima mano, che poco prima dell’inizio della guerra dell’oppio, la Cina importava oppio per l’equivalente di 11,5 milioni di dollari dell’epoca ed esportava tè per un valore che non superava i 9 milioni di dollari.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, scoperte finalmente piante tè fuori della Cina, la coltivazione viene diffusa in tutto il mondo: gli inglesi la introducono in India, gli olandesi in Sudafrica, Giava e Ceylon (ora Sri Lanka). Vengono avviati disboscamenti apocalittici in aree fragilissime del pianeta come l’Assam, lo Sri Lanka, l’isola di Giava, la stessa India, il Vietnam.
È difficile ancora oggi stimare il danno ambientale prodotto dalla diffusione della coltivazione del tè nel mondo.

Perfino il tè distrugge l'ambiente... e va bene. Ma il caffè non me lo toccate!
RispondiEliminaBom dia e uma excelente segunda-feira minha querida amiga Olga. Grande abraço do Brasil.
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