il Friuli
Cerca nel blog
descrizione
traduttore✅
Lettori fissi
PAGINE cookie privacy policy✅
REGALATEMI LA VOSTRA ISCRIZIONE AL BLOG
Lettori fissi
post,commenti
|
|||
| Penelope ♥ |
gif
Modulo di contatto
friuli venezia giulia la mia regione
cartina
domenica 11 gennaio 2026
sabato 10 gennaio 2026
giovedì 8 gennaio 2026
La Baba di Cicigolis rappresenta la Madre terra e l’origine della vita
Dal Dom
Il monolito si trova sulla riva del Natisone. Baba appare nel folklore slavo come una figura mitica femminile. È una rappresentazione conosciuta nel vastissimo spazio euroasiatico.
Concludo questo cammino, – lungo sei anni, 132 puntate e quasi 1 milione 200 mila battute – sulle tradizioni della Benecia risalendo alle origini, ai tempi in cui gli Slavi arrivarono in queste Valli, le esplorarono, vi costruirono i primi villaggi, cominciarono a dissodare i terreni, a spingere i loro greggi sui dorsali e i versanti dei monti; scelsero i luoghi dove venerare le loro divinità, preferibilmente lassù, in alto, sulle cime dei rilievi, il più possibile vicino al cielo dove esse abitavano; divinità che regolavano il movimento degli astri, il mutare delle stagioni e la vita degli uomini. Ma si guardarono anche attorno a sé e individuarono grotte, anfratti, rocce, boschi che nella loro immaginazione erano popolati da esseri strani, folletti, donne con i piedi rovesciati all’indietro, selvaggi abitatori di acque e monti, streghe. alati, giganti e gnomi…
A un certo punto, sulla sponda destra del Natisone individuarono un imponente masso di conglomerato conficcato sulla riva del fiume e lo chiamarono Baba… Sì, perché in Benecia non è solo il Matajur a portare questo nome. Nelle pertinenze di Sverinaz (Grimacco) c’è un appezzamento di terreno detto Na Babi e c’è, appunto, questo monolito sulla riva del Natisone….
Come testimoniato dal ritrovamento di materiale bronzeo, risalente alla metà del XII-inizio XI secolo a.C., alla sommità della parete rocciosa chiamata Čelò, la località do’ par Bab’ (presso la Baba) rappresentava fin da tempi remotissimi un passaggio obbligato lungo l’importante via di comunicazione che percorreva la Val Natisone collegando le aree minerarie alpine e transalpine con i centri padano-veneti. Non so se il monolito sia stato un punto di riferimento per i viandanti e commercianti preistorici, è certo invece che per gli antichi abitanti del luogo presentava peculiarità che hanno suggerito il nome Baba. Credo che a sollecitare la loro immaginazione non sia stata la sua considerevole mole ma la sua quasi appiattita sommità dove, interpretando crepe e rilievi, hanno individuato gli organi genitali esterni femminili. L’ho constatato durante il mio primo sopralluogo nella primavera del 2024; in seguito la mia ipotesi è stata confermata da persone con competenze specifiche.
La scoperta, per certi versi sorprendente, mi ha spinto a indagare sul significato dei monoliti chiamati Baba e ho trovato che il termine «nel significato di donna vecchia, mamma, sredozimka [specie di strega invernale] si estende dall’estremo margine occidentale della Slovenia al più vasto spazio asiatico, per cui si ipotizza un’antica rappresentazione euroasiatica» (Kuret 1994, 16–17). Ho inteso, poi, che si tratta di una figura molto complessa ed enigmatica. Katja Hrobat Virloget, che ha condotto varie indagini sull’argomento, sostiene che Baba «appare nel folklore e nei rituali slavi come una figura arcaica mitica femminile con caratteristiche sia vitali, fertili che degradate, abominevoli, legate alla vecchiaia». Le sue tracce si trovano dal Quarnero attraverso il Carso fino al Nord Italia e la Francia. «Le parti del territorio, le colline o i monoliti con il nome di Baba / La vecchia erano collegati con le previsioni popolari del tempo piovoso. […] Sul Carso e in Liguria quando un bambino cadeva, gli dicevano che ha baciato La vecchia / Stara Baba. Questa e altre credenze indicano che la Baba / La vecchia personalizzava la terra ed era legata sia alla morte sia alla nascita e alla fertilità» (Hrobat Virloget 2015: 68).
Nella figura della Baba è possibile, dunque, riconoscere un sistema di credenze estremamente antico i cui frammenti sono conservati praticamente in tutta l’Europa e quindi non è solo un retaggio della mitologia slava; «in essa, piuttosto, si può riconoscere una figura mitica straordinariamente arcaica» (Hrobat Virloget 2015: 76) infatti, il collegamento tra la pietra e la donna «può essere rintracciato già nel Paleolitico superiore » (Mihelič 2013: 92). Katja Hrobat Virloget sostiene che la Baba «non è altro che terra stessa. Nel mondo slavo la figura della baba viene interpretata come reminiscenza di Mokoš, l’unica divinità femminile protoslava; al riguardo però l’analisi comparativa porta a superare il solo mondo slavo» (2022: 23).
Se Baba è intesa come divinità, si capisce il motivo per cui le antiche popolazioni, che sul proprio territorio hanno individuato sembianze femminili o loro attributi nei monoliti e nelle montagne, ne abbiano fatto oggetto di culto e di venerazione, le abbiano invocate per propiziare la fertilità, la salute, una buona annata, la pioggia, il sole, per ottenere protezione, per allontanare disgrazie…
Vediamo qualche esempio che prendo dal volume di Katja Hrobat Ko baba dvigne krilo (Quando la baba alza la gonna). Interessante è il caso di Stara baba (Vecchia baba), località sopra Šturje, presso Ajdovščina, dove nella festa di San Giorgio (23/24 aprile) i giovani si radunavano alle tre del mattino per celebrare lo Jurjevanje (festa della primavera legata a Jurij, nome sloveno del Santo), accendevano il fuoco, cuocevano la frittata e ballavano. Ancora oggi in quel luogo si accende il kres / falò e gli abitanti della parrocchia di Šturje fanno a gara per arrivare primi a Starababa. Negli anni Cinquanta del secolo scorso Pavel Medvešček ha scoperto a Plave, nella Valle dell’Isonzo, un’interessante tradizione che riguarda una Baba di pietra. «Perché essa rimanesse nera, tre volte all’anno […] la strofinavano con i malli delle noci. Il masso stava accanto alla sponda sinistra dell’Isonzo e aveva la bocca e gli occhi aperti. Quando l’acqua del fiume le arrivava alla bocca o la superava prevedevano tempi nefasti. Nei periodi di siccità le portavano fiori e corone di sempreverdi che le donavano anche come ringraziamento per la buona annata».
A Štip, in Macedonia, le donne compivano riti magici per ottenere la fertilità usando la sabbia che raschiavano dalla vulva della Baba di pietra. Ricordo, infine, i riti che la gente dei paesi attorno al Monte Golec in Cicceria / Čičarija compiva ancora negli anni antecedenti la prima guerra mondiale e che Pavel Medvešček ha descritto negli anni Cinquanta del secolo scorso. I riti venivano celebrati durante il solstizio d’estate in tre giorni, tridan (= triduo), durante i quali gli abitanti del luogo offrivano alla Baba l’acqua attinta dalla fonte di casa, la cenere e la brace del focolare e la terra di un campo di loro proprietà (2019: 200-201).
È superfluo sottolineare l’altissimo significato simbolico dei tre elementi – acqua, fuoco, terra – e la loro primaria importanza per l’uomo. Con quei riti propiziatori alla Baba venivano chiesti i beni necessari per la vita e lei, quale benigna Madre-terra, li elargiva ai suoi figli come Mokoš, la dea associata all’acqua, alla pioggia, alla fecondità, alla femminilità ma anche alla tessitura.
L’etimologia di Mokoš deriva da moker, vlažen (= bagnato, umido) «che sono i più frequenti attributi della baba. Nel giorno a lei dedicato, il venerdì, non si dovevano infrangere certi tabù come filare con la connocchia, lavare la biancheria, avere rapporti sessuali. La gente la collegava alla dissolutezza e nelle sue rappresentazioni venivano accentuati gli attributi sessuali. […] Boris Rybakov interpreta Mokoš come personificazione della Madre terra che nel folklore russo è chiamata “umida Madre terra”. Entrambi i nomi richiamano le rappresentazioni, presenti sul Carso, della baba umida, bagnata, mucosa e mocciosa (šmrkava) come personificazione della terra » (Hrobat Vilorget 2012: 72). Se la lettura dei segni sulla sommità del monolito di Cicigolis è corretta, appare chiaro che si tratta di una Baba con tutte le caratteristiche per rappresentare la Madre terra, l’origine della vita, la femminilità, la potenza generatrice, la fecondità, la dispensatrice dei beni per il sostentamento dei suoi figli… (132 – fine)
Giorgio Banchig
mercoledì 7 gennaio 2026
lunedì 5 gennaio 2026
LA BEFANA
La Befana, corruzione lessicale di Epifania (dal greco ἐπιφάνια, epifáneia) attraverso bifanìa e befanìa, è una figura folcloristica legata alle festività natalizie, tipica di alcune regioni italiane e diffusasi poi in tutta la penisola, meno conosciuta nel resto del mondo. Secondo la tradizione, si tratta di una donna molto anziana che vola su una logora scopa, per fare visita ai bambini nella notte tra il 5 e il 6 gennaio (la notte dell’Epifania) per riempire le calze lasciate da essi, appositamente appese sul camino o vicino a una finestra; generalmente, i bambini che durante l’anno si sono comportati bene riceveranno dolciumi, caramelle, frutta secca o piccoli giocattoli. Al contrario, coloro che si sono comportati male troveranno le calze riempite con del carbone o dell’aglio.da wikipedia
La messa dello spadone è una celebrazione liturgica rituale che si svolge ogni anno il 6 gennaio nel duomo di Cividale del Friuli.
Questo rito, unico nel suo genere, ha origine nel 1366, ai tempi del patriarca Marquardo di Randeck (1296 – 1381) ed era volto ad affermare il potere spirituale, militare e civile conferito dall’imperatore al patriarca sulla Patria del Friuli.
Il decano del capitolo di Cividale, che per l’occasione porta un elmo piumato (una riproduzione, l’originale è andato perso nel settecento), regge una spada con la quale saluta il popolo vibrando tre colpi in aria, per poi riporla nel fodero. La spada, lunga 109 cm, è quella che fu donata dai cividalesi al patriarca al suo ingresso in città, sull’elsa reca la scritta AN MCCCLXVI DIE VI IUL TEM. RE MARQUARDI PATR.
La messa viene celebrata in latino ed è accompagnata da antichi canti aquileiesi. La messa è seguita poi da un corteo storico medievale, al quale prendono parte i figuranti del Palio di San Donato, rievocazione storica medievale estiva che si tiene a Cividale del Friuli ogni anno.
In quest’occasione si riuniva il Parlamento della Patria del Friuli.
da wikipedia
Messa del tallero
da wikipedia

La messa del tallero, la cui origine risale probabilmente al medioevo, quando il Friuli era governato dal Patriarca, viene celebrata ogni 6 gennaio a Gemona.
Durante la funzione religiosa la comunità civile, rappresentata dal sindaco, alla fine di un corteo che parte da palazzo Boton, sede del comune, attraverso via Bini, arriva fino all’altare del duomo, dove offre un dono concreto alla comunità religiosa, nella persona dell’arciprete, nella forma di un tallero d’argento di Maria Teresa d’Austria coniato nel 1780, come segno di sottomissione del potere temporale a quello spirituale. Il rituale, celebrato proprio nel giorno dell’Epifania potrebbe anche simboleggiare i doni che i magi portarono a Gesù .
La prima testimonianza scritta del rituale, presente nell’Archivio di Stato di Udine, è del notaio Gio Maria Rossi, attivo a Gemona nella metà del XVIII secolo, il quale riporta che almeno dal 1760 “[I rappresentanti della comunità] il giorno dell’Epifania, venivano incensati doppo che si portarono all’altare al baccio della pace ed a fare offerta al reverendissimo signor arciprete“. Il rito è dunque precedente l’introduzione in Friuli della moneta oggi utilizzata (arrivata a Gemona probabilmente a seguito del Trattato di Campoformio e conseguente passaggio del Friuli all’Arciducato d’Austria), al posto della quale dovevano essere utilizzate altre monete.
Fuochi epifanici
in alta val torre.terska dolina
Il Pignarûl Grant di Coia di Tarcento
Uno degli appuntamenti più attesi è senza dubbio il Pignarûl Grant di Coia, a Tarcento. Al calare del buio del 6 gennaio, il centro cittadino si anima con il suggestivo corteo storico guidato dal Vecchio Venerando, figura simbolica che rievoca gli antichi riti epifanici.
La fiaccolata conduce fino alla collina di Coia, dove viene acceso il grande falò: dalla direzione del fumo si trae, secondo la tradizione, il presagio per l’anno appena iniziato. La serata si chiude con uno spettacolo pirotecnico, mentre già dal pomeriggio, a partire dalle 17.30, una rievocazione storica ricorda la prima citazione scritta del nome di Tarcento.
Trieste 1954: lo spettacolo di Cristicchi dimentica l’anima plurale della cit
(Originariamente pubblicato il 21 novembre 2025 su Il Passo Giusto)
A Simone Cristicchi va dato il grande merito di avere contribuito a riportare nel dibattito pubblico italiano la memoria dell’esodo istriano-dalmata, e delle sue sofferenze, dopo decenni di colpevole silenzio. Con lo spettacolo Magazzino 18, presentato nel 2013 e circolato a lungo in tutta Italia, ha emozionato e insieme raccontato una vicenda complessa, con le molte sfaccettature che la riguardano. Ha ricevuto anche feroci critiche, ma nel complesso quell’opera aveva una sua compiutezza scenica e – nell’inevitabile riassunto di un testo teatrale – solidità storica.
Dieci anni dopo Cristicchi ci riprova con Trieste 1954, spettacolo che si muove tra la fine della Seconda guerra mondiale, con l’occupazione jugoslava della città e poi l’amministrazione affidata agli alleati, e il passaggio alla Repubblica Italiana. Ma stavolta il risultato del lavoro è decisamente inferiore.
Nulla da dire sulle capacità artistiche del cantante, né tanto meno dell’altra voce Franca Drioli, che presenta alcune canzoni in triestino, e di coro e orchestra che accompagnano con maestria musicale. Il racconto però dura appena tre quarti d’ora, dopo di che si aggiungono canzoni dal repertorio di Cristicchi. Belle sì, ma con un certo retrogusto di riempitivo…
Il vero limite tuttavia sta nella lettura storica offerta dal testo. L’autore fa una premessa condivisibile, spiegando quanto sia difficile parlare di una città come Trieste. Serve indossare i guanti per trattarne la storia, dice in apertura parlando in prima persona, e non solo per la cortesia dovuta ad una bella signora, ma perché il suo è un passato fragile e controverso. Pure nel finale Cristicchi torna con un breve monologo che sembra attenuare i contenuti trancianti del testo.
Una tesi unica e semplice, una storia di parte
In mezzo però – nella lettura affidata al suo alter ego, l’archivista Persichetti già presente in Magazzino 18 – la narrazione pare dimenticare i toni delicati e i chiaroscuri della complessità. La tesi è unica e semplice, come l’inno di Mameli suonato in apertura di sipario: Trieste era ed è una città tutta italiana, allontanata a forza dalle vicende belliche della storia e tornata finalmente nel 1954 alla sua madre patria. Dove Italia si scrive con la maiuscola, e patria si fascia di tricolore. Spariscono l’anima asburgica e mitteleuropea, quella slava con le sue comunità slovena e serba, o la presenza greca.
Nel corso dei secoli l’Adriatico di fronte e il retroterra danubiano alle spalle hanno arricchito la vecchia Tergeste di una stratificazione culturale unica. Ne restano i segni religiosi come la Cattedrale di San Giusto, la sinagoga ebraica, la chiesa greco-ortodossa e quella serbo-ortodossa, distanti tra loro pochi minuti a piedi. Restano i cimiteri ottocenteschi, incluso quello islamico indice del pluralismo austro-ungarico raggiunto al tempo.
Pluralismo che invece si perde nel racconto teatrale, un inno all’italianità. Perfino l’anima prettamente giuliana, per quanto faccia capolino nelle canzoni in triestino, si spegne dentro al calderone tricolore. Che certo muove dal dato indubbio di una maggioranza linguistica italiana cresciuta sempre più nel corso del Novecento, ma tralascia le minoranze – specie la più consistente, quella slovena – e tradisce così l’anima profonda e irripetibile di Trieste.
Cristicchi, che pure in Magazzino 18 si era mostrato attento a rappresentare le molteplici sfumature della storia, questa volta ha in mano un testo non all’altezza. Che poi il pubblico lo applauda ugualmente, anche fuori da Trieste, è un dato da cogliere. Può essere segno di quanto la fama televisiva ormai pieghi anche il teatro. Oppure che l’onda sovranista è diventata discorso comune. E non saprei quale delle due spiegazioni temere di più…
Friuli storia origine del nome
Storia del nostro Friuli: le origini del nome.
domenica 4 gennaio 2026
gif
MANDI
saluti friulani
scarpez
calzature fiulane tipiche di un tempo
Regeni
descrizione del blog
traffico
AI VISITATORI
Archivio blog
- gennaio 2026 (14)
- dicembre 2025 (40)
- novembre 2025 (46)
- ottobre 2025 (27)
-
Avendo origini slovene da parte di entrambi i genitori (padre Vojmir Tedoldi e madre di Ljubljana) Jožica Miklavčič appartengo anch'io ...
-
La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio, devi continuare a muoverti. (Albert Einstein)
-
In blogspot cè gente che esalta la guerra.Io invece penso a tutte quelle persone innocenti, anche bambini morti negli attacchi. C'è p...
Etichette
- ambienti
- articolo
- attualità
- attualita''
- auguri
- augurio
- autore
- blog
- cibi
- citazione
- citazioni
- cronaca
- cronaca.
- eventi
- eventi.
- evento
- flora.
- foto
- frase
- friuli
- guerra
- iniziative
- leggenda
- leggende
- letteratura
- libro
- luoghi
- mondo slavo
- natale
- parole
- personaggi
- poesia
- poesie
- poesie.
- proverbi
- proverbio
- regalo
- ricorrenze
- russia
- saluti
- saluto
- slovenija
- società.
- storia
- usanze
- video











